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Favorire l’ecologia attraverso gli strumenti web |
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I mondi online, i social network, il web 2.0 e più in generale internet danno vita a modelli organizzativi e sociali decisamente interessanti e soprattutto a premesse di forme di consumo ecocompatibili.![]() Questi scenari tuttavia non rappresentano una scelta di riserva, una sorta di compromesso (quasi un sacrificio) per salvaguardare l’ambiente. Rappresentano invece un cambiamento di modelli comunicativi e di modalità di interazione tra soggetti e soprattutto un superamento dei modelli organizzativi e di lavoro del XX secolo. Se nel XX secolo erano i soggetti che dovevano spostarsi geograficamente per trovare il lavoro, distruggendo fatalmente le proprie reti di relazioni originarie e atomizzandosi in un modello uomo/massa, i modelli che si stanno generando attraverso internet e i mondi online rovesciano questo paradigma, spostando il lavoro verso i soggetti e privilegiando le reti sociali e di relazione. E tutto questo ha una valenza sociale che nel XXI secolo è strettamente correlata al tema della progettazione ecocompatibile. I mondi online (ha sempre meno senso chiamarli virtuali) hanno dinamiche molto simili al mondo fisico. David Orban, esperto di Mondi Online e istigatore dell’Isola di Vulcano su Second Life, nel suo intervento per OilProject.org al Festival della Creatività di Firenze (28 ottobre 2007), metteva in evidenza come le interazioni online - pur avendo caratteristiche intrinseche proprie - seguono per un numero sorprendente di aspetti, gli schemi del mondo fisico. Orban descriveva un esperimento su Second Life nel quale si ponevano due avatar l’uno di fronte all’altro in modo estremamente ravvicinato: l’effetto di una prossimità fisica vicina al contatto determinavano nei soggetti che governavano gli avatar ad una reazione di fastidio che li portava istintivamente a premere un tasto freccia per farli allontanare ad una distanza accettabile. I mondi online esistono, gli E-commerce B2C e le boutique online si legittimano anno dopo anno e riducono le emissioni di CO2 razionalizzando o addirittura eliminando lo spostamento delle merci e rendendo inutile lo spostamento delle persone. Ogni persona dispone per i propri acquisti di una mole di informazioni e comparazioni, quasi sempre incontrollabili dalle aziende, poiché mediate dall’esperienza e dai giudizi di diversi individui, inseriti in reti sociali, che forniscono spunti e valutazioni nel meccanismo di scelta inimmaginabili solo un quinquennio fa. Un altro elemento da considerare è l’open source, che può avere un ruolo importante come evidenziato ultimamente da un articolo di LinuxPlanet dove vengono sottolineate alcune sue caratteristiche che, nella loro apparente banalità, possono portare su larga scala ad un effettivo impatto positivo sull’ecologia. Il primo aspetto messo in luce nel report riguarda la distribuzione del software open source: scaricando il software da Internet non si ha lo scarto dell’imballaggio. Cellophane e scatole di cartone superflue non rientrano nelle usuali modalità di diffusione del software libero, e anche decidendo di acquistare una custodia con la propria distribuzione preferita, è sufficiente averne soltanto uno da installare su tutti i PC del proprio ufficio. Analoga considerazione per la manualistica, diffusa prevalentemente in formato elettronico. La considerazione successiva riguarda la tendenza all’utilizzo efficiente delle risorse (computazionali) da parte di chi sviluppa software open source. Raramente, per poter installare una nuova versione di un prodotto, si ha la necessità di aggiornare il proprio hardware: meno sprechi e possibilità di riutilizzo di vecchio hardware rientrano in pieno negli obiettivi del Green Computing. Nel presente a cui ci stiamo affacciando, ha sempre meno senso spostarsi fisicamente e produrre CO2 per andare a lavorare in un ufficio quando nelle nostre abitazioni abbiamo connessioni ad internet e strumenti avanzati che attraverso WebCam, VOIP, applicazioni condivise per la produttività, mondi online, consentono la perfetta riproduzione fisica degli ambienti di un ufficio e la messa in scena delle dinamiche interpersonali. Inoltre ha sempre meno senso avere delle reti di agenti commerciali che girano in auto sul territorio nazionale ed internazionale quando possono tranquillamente usare con maggiore velocità strumenti digitali per raggiungere il cliente ed interagire in tempo reale con lui. Infine ha sempre meno senso girare per centri commerciali alla ricerca di un prodotto spendendo tempo, soldi e benzina, quando questo prodotto può tranquillamente essere trovato via internet e tramite blog, siti e reti sociali avere possibilità di supporto completo. Il denominatore comune di queste affermazioni trova riscontro nella frase di Pabini Gabriel Petit - User Experience Architect - “preferisco lavorare nel mondo virtuale e giocare (vivere) nel mondo reale” che è stata scelta come apertura di un convegno Frontiers of Interaction III tenutosi a Milano nel giugno 2007. Queste parole “non sono soltanto un manifesto per le tecnologie e le interfacce che i designer dovrebbero progettare nel prossimo futuro, ma anche una via possibile per ridurre le emissioni di CO2 e godere di un mondo più verde e pulito.” [Fonte: Frontiers.idearium.org] Tenendo conto della crescita sempre maggiore del numero di persone che utilizzano internet come strumento di lavoro o per altri tipi di esigenze, e dello sviluppo dei servizi fruibili dal web, occorre considerare l’accessibilità e l’usabilità delle interfacce dei siti come elemento determinante per favorire la navigazione degli utenti e gli utilizzi analizzati precedentemente.
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